Proprio
in questi giorni è stata rinnovata la Convenzione triennale fra Comune di Modena e Tribunale, che consente di
commutare la pena - per reati minori -
in un lavoro di pubblica utilità, presso i settori della Polizia Municipale, Manutenzione ed Ambiente. Contemporaneamente,
è stato ratificato il Progetto di collaborazione fra Comune di Modena e
Direzione del Carcere, per l'inserimento di alcuni detenuti in turni di lavoro
volontario presso la biblioteca Delfini, dopo le positive esperienze dei
detenuti al lavoro nell'emergenza terremoto e presso il Charitas.
Ma
nella stessa giornata, presso la
Regione , è stata presentata la prima relazione annuale del
"Garante dei detenuti" per l'Emilia-Romagna, cui hanno partecipato
anche le nostre rappresentanze sindacali regionali.Le 315 pagine del ricco
Rapporto della Garante, avvocato Desi Bruno, consentono però di misurare in
tempo reale il grande e crescente divario, fra le poche e positive esperienze
di penalità alternative al carcere e/o impegno lavorativo per i detenuti, ed
una realtà che invece - anche nei nostri territori - va in tutt'altra
direzione. Salvo dover poi fare i conti con "emergenze" ormai
ineludibili, quali un sovraffollamento e condizioni reali di vita nelle carceri
- e pure nei CIE - oltre i limiti della sopportabilità e del diritto. Da questa
realtà, e non da opinabili teorie umanitarie, all'Italia deriva il secco ed
ultimativo "provvedimento di infrazione" da parte dell'Europa.
Il
primo tema che la Cgil
perciò pone, riguarda la necessità di espandere le possibili occupazioni in
attività utili per tanti detenuti. Le positive esperienze attivate in città,dovrebbero
essere assunte da tanti altri Enti pubblici sull'intero territorio provinciale:
dai Comuni, alle principali Aziende dei servizi, Asl, Università, ecc... con
indubbi benefici sociali e di sicurezza ed alleggerimento delle tensioni carcerarie.
Ciò va letto sopratutto alla luce della strutturale decadenza cui sono state
immesse le nostre residenze carcerarie dedicate al lavoro dei detenuti: la Casa di lavoro di Saliceta e la Casa di Castelfranco Emilia. Delle
quattro strutture "lavorative" sull'intero territorio nazionale, ben due
- la metà - sono (erano) nel modenese. Saliceta fu evacuata in primavera 2012
per ragioni di sicurezza post sisma,i 65 internati furono trasferiti, e la
struttura non riaprirà, restringendo ulteriormente la già poverissima risposta
"all'obbligo del lavoro", prevista dalla legge per gli internati. In
realtà mancano strutture, progetti e risorse. Ancor più inspiegabile
l'inadeguato utilizzo della Casa di reclusione e lavoro di Castelfranco che, a
chiusura 2012, conteneva 102 persone fra internati e detenuti, pochissimi dei
quali impegnati in progetti di lavoro, nonostante questa sia una struttura di
notevoli dimensioni e potenzialità: ma del tutto sottoutilizzate. Ha una grande
lavanderia per le cinque carceri emiliane, utilizzata per metà; due grandi
officine completamente inattive; a dir poco trascurata l'annessa azienda
agricola; di fatto inoperanti gli oltre duemila mq di fabbricato con
biblioteca, laboratori ed aule per lezioni!Tagli drastici e miopi alle risorse
ministeriali e degli Enti Locali, oltre che al personale di vigilanza ed
assistenza, stanno cumulando problemi enormi, a danno della dignità dei
carcerati e del lavoro degli operatori e che l'attuale Decreto ministeriale
sull'alleggerimento delle tensioni nelle carceri, affronta solo parzialmente.
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